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diamo voce alla musica

Il Cavalier Serpente N.7-8-9 (rubrica)

Posted by adminfiofa On novembre - 18 - 2010

torossi

Rubrica:  Perfidie Musicali di Stefano Torossi

IL CAVALIER SERPENTE

settima puntata

LO STRANO DEI MUSICISTI

Institutum Romanum Finlandiae, Villa Lante al Gianicolo, Roma, 28 settembre. Ottima esecu-zione di alcune suite di Bach per violoncello solo. Allo strumento Vito Paternoster. O meglio, allo strumento e all’apparato otorinolaringoiatrico. Dal bel violoncello antico escono suoni rotondi, cor-posi, appassionati, ma contemporaneamente in gola al solista funziona a tutta pressione una loco-motiva a vapore: rantoli, ansimi, profondi sospiri. Roba da tesi di laurea per uno specialista naso-gola. In camerino ne abbiamo parlato e Paternoster ci ha convinti che questa intensa partecipazione respiratoria non solo non turba l’ascolto dello strumento, ma aggiunge emozione e patos.
D’altra parte basta suonare qualche vecchio disco di Casals, di Rubinstein, perfino di Errol Garner: è tutto un borbottare, un canticchiare, uno sbuffare, che di sicuro aggiunge vita alla regi-strazione.
E avete mai guardato la faccia di un chitarrista mentre suona? Ovviamente l’attenzione del cer-vello è tutta sulle dita, e così i muscoli dell’espressione, non più in controllo, ammiccano, sorridono, strabuzzano, spalancano e si lasciano andare a ridicole e talvolta preoccupanti smorfie.
Per non parlare delle boccacce dei cantanti lirici, sottolineate da un trucco esagerato impieto-samente esposto dai primi piani tv, ma pensato per le distanze teatrali. Grotteschi mascheroni.
Poi ci sono i direttori d’orchestra che, o stanno immobili e dirigono col mignolo, come faceva Von Karajan, oppure saltano da matti sul podio: Daniel Oren, il nostro Colusso
Gli unici che usano bene i muscoli della faccia quando suonano sono i fiati. Solo espressioni funzionali, ma in compenso…avete mai visto Paolo Fresu dal vivo? Allora, Paolo Fresu, che è uno dei grandi solisti del mondo, nostro orgoglio jazz, arriva sul palco con tromba, flicorno e valigetta elettronica. Poi appena comincia la musica lo vedete che si sfila una scarpa, l’altra, poi si alza, ri-piega la gamba col piede nudo sulla sedia, ci si accomoda sopra, comincia a contorcersi, si china in avanti, all’indietro, smanetta con i cursori, si rialza, tutto senza smettere di suonare. Fa così dovun-que (certo d’estate, coi sandali, è più pittoresco), anche all’Auditorium di Roma dove lo abbiamo visto parecchie volte.
A proposito di Auditorium, il Cavalier Serpente rinfodera i dentini velenosi, perché su questo argomento non c’è niente da mordere. E’ un’istituzione benemerita, finanziariamente quasi in atti-vo, che è un miracolo. Senza un euro dallo stato mette in scena un sacco di belle cose. Sono riusciti a far andare i romani ai concerti come in pizzeria con gli amici. C’è almeno un evento super ogni giorno. Varrebbe la pena di accamparsi qui da gennaio a dicembre, anche perché il posto è un sim-patico villaggio: belle sale (naturalmente molto criticate per l’acustica, l’estetica, la praticità; quan-do mai qualcosa di nuovo piace subito?) bella libreria, bel ristorante, bei bar, bell’architettura.
Eravamo lì per la presentazione della stagione, il 4 ottobre scorso. Un programma formidabile, ambiente informale, incontro di amici, discorsi sostanziosi e giusti (tranne quello di Einaudi, scarso di parole, come i suoi pezzi di note, ma ricco di beee, mmmm, uuuu, durante il quale abbiamo ri-schiato il coma. Coma vigile, niente paura) e ottimo buffet.
Fuori i dentini ora! Noi giriamo parecchio per Roma, e non molto tempo fa abbiamo comincia-to a vedere sparsi per la città, tanti piccoli cartelli bianchi montati su pali con la scritta a smalto: “Auditorium” accompagnata da ondine sonore e una freccia per la direzione. Ormai ce n’è una mi-riade, incongruamente dappertutto, tanto che alle volte si trovano in punti così lontani nella stermi-nata periferia romana che neanche l’indicazione “Colosseo” avrebbe significato.
Che sia avanzata a qualcuno una partita di piccoli cartelli bianchi da smaltare, e smaltire?

Cavalier serpente – Ottava puntata

ELOGIO DELLA MODERNITA’

Associazione l’Architasto, Roma, 16 ottobre, concerto per clavicembalo, alla tastiera il vecchio Gustav Leonhardt, massimo solista al mondo. Un nordeuropeo fisicamente sobrio al limite del fune-reo. All’applauso immancabile, perché lui è davvero perfetto, il maestro china il capo di un quarto di pollice, e su uno zigomo si intravede un guizzo che potrebbe essere un sorriso dal Polo Nord. Un amico che lo è andato a prendere alla stazione, aveva preparato in macchina un CD di Beethoven. Appena l’ha messo su, il maestro ha fatto una faccia, poi ha chiesto di spegnere quella roba troppo moderna. Quando suona, con la mano destra coperta da un mezzo guanto di lana nera, dalla tastiera promana un torpore sublime. Ma non per la musica o per come la suona, è solo perché il clavicem-balo è uno strumento che parla senza mai cambiare umore. Il piano e il forte verranno dopo; noi ora lo sappiamo, ma loro, all’epoca, no. Il clavicembalo è come una conferenza, il pianoforte è una reci-ta drammatica. Mozart aveva cominciato a scrivere i suoi concerti per cembalo, poi è passato al for-tepiano, ma quando finalmente gli hanno consegnato il primo pianoforte, ci si è buttato sopra e non l’ha più mollato, con i risultati (diremmo discreti) che conosciamo.
La stessa associazione ci ha regalato il giorno dopo un ottimo concerto per quartetto di flauti dolci. Qui nessun torpore sublime, ma una sublime leggerezza. Anche se, pure i pifferi, definiti dal-lo stesso presentatore strumenti imperfetti, lasciano a desiderare come intonazione. Non c’è niente da fare: se un utensile diventa obsoleto, vuol dire che è stato sostituito da qualcosa di migliore.
Abbiamo anche sentito suonare (bene) una ghironda medievale. Strumento suggestivo, ma at-tenti a non lasciarla al sole, sennò le corde di budello si allentano, e stonano. Ma neanche troppo all’ombra, perché l’umidità…Certo, le corde di metallo saranno meno corrette, ma all’aperto come reggono!
Tuttavia noi siamo in favore di queste operazioni di ripresa di strumenti e modi dell’antico: e-secuzioni con il la abbassato al livello del ‘700, corde di budello, arciliuti e tiorbe, recupero di tec-niche dimenticate. L’importante è non trasformare la correttezza filologica in una mania. Sarebbe come rifiutarsi di vedere la cappella Sistina con la luce elettrica perché Michelangelo l’ha dipinta con le candele. Fissarsi sul passato è, secondo noi, pericolosissimo. Il tempo sfuma tutto, cancella i difetti, esalta i pregi. E’ una magia che funziona sempre, anche se conosciamo il trucco.
Purtroppo siamo abbastanza in là da ricordare personalmente la tanto decantata frutta e i polli ruspanti di una volta. Quando noi eravamo bambini non c’era una mela senza il suo bravo verme dentro, come le pere e le pesche. E il pollo ruspante, ben coperto di mosche nella dispensa di casa? E il vino del contadino? I sapori erano gli stessi di oggi, qualche volta buoni, altre volte meno, ed è sciocco dire che la frutta di adesso, bella e senza vermi, sia peggiore. E’ uguale, solo che il tempo ci ha cambiato il ricordo.
Poi c’è la storia del suono del vinile, che parecchi trovano più caldo del CD. Qui ci sarebbe da discutere (attenzione al vecchio trucco che fa sembrare migliori le cose del passato). Perché oltre a ricordare i vermi nella frutta, noi ricordiamo benissimo i vecchi 33 giri, oggi concupiti dai collezio-nisti, con i loro implacabili tic e toc e i salti di solco che dopo pochi ascolti li trasformavano in sup-porti inutilizzabili. Non comprendiamo il collezionismo di un oggetto tecnologico che secondo noi perde qualunque valore dal momento in cui comincia a funzionare male. Le copertine degli LP, quelle sì che erano opere d’arte. Se poi davvero il suono analogico sia meglio di quello digitale, bi-sognerebbe avere a disposizione i nastri originali per fare il confronto. Roba del passato.
A proposito di passato, ci siamo trovati domenica 17 ottobre sotto il leggero sole del primo pomeriggio a Villa Borghese testimoni di uno spettacolino messo su in omaggio a San Francesco. A vedere quegli attori vestiti da frati che saltellando sull’erba cantavano le lodi di fratello sole e sorel-la luna ci siamo chiesti come mai tanto teatro e tanta tradizione popolare sentano il bisogno di rap-presentare i seguaci del Poverello d’Assisi come degli infantili, ridanciani dementi, anzi, diciamolo chiaramente, come dei coglioni, perché in un’epoca in cui anche loro, come tutti, erano pieni di pul-ci e di cimici, mangiavano si e no mezza pagnotta alla settimana, e avevano un’aspettativa di vita di ventisei anni, non si capisce proprio cosa ci fosse da stare allegri e “laudare lo mi’ signore”.
Ci sarà pure stato qualcuno arrabbiato, no? No! Tutti felici a zompettare, a gettare le braccia in aria e a parlare coi lupi. Mah!?
Cavalier serpente – Nona puntata
ALLEVI IN PADELLA, E ALTRI FATTI INDIGESTI

Oggi il Cav. Serpente  compie nove settimane, e gli arrivano sempre più frequenti inviti a oc-cuparsi di Allevi. Non c’è dubbio che questo nome scateni odi e amori sviscerati. A noi pare che l’argomento non meriti una così travolgente partecipazione emotiva. Comunque, intanto vi raccon-tiamo la prima volta che lo abbiamo visto, autocitandoci da una nostra rubrichetta di qualche tempo fa (notare la scrittura leziosa, in stile con il nostro): “… arriva sul palco con una corsetta bamboleg-giante un ragazzetto riccioluto in jeans, maglietta e occhialini, si fa una autopresentazione con voci-na soffiata e risatine, reggendo il microfono come se fosse un bocciolo di rosa, dice qualche baggia-nata new age, tipo:”c’è tanto amore per voi…le stelle lassù…la musica del cuore”, in piedi sfiorando il piano col fianchetto adolescenziale, le Superga di ordinanza bene in vista, poi si siede, suona un suo piccolo brano, francamente molto modesto. Si rialza con le manine congiunte, ringrazia, riparla con vocina, altre baggianate, altro pezzetto, ecc. ecc. Così via fino alla fine in un crescendo di con-sensi. Fans in romantico deliquio sventolano sciarpe e fazzoletti. Mancano gli accendini in movi-mento, ma solo perché è vietato fumare. Trattasi del quarantenne Giovanni Allevi”.
Formidabile, e ora vi diciamo perché.
Forse lui non entrerà nella storia della musica perché non è roba che lo riguardi, ma nella cro-naca sì, e anche in banca a depositare. E nel mondo dello spettacolo tanti come lui campano benis-simo dell’aria che friggono, roba davvero di alta cucina. Però ci vuole un talento, un grande talento per riuscire a inventarsi, su una base così striminzita, un fenomeno di quelle proporzioni: dischi, li-bri, teatri esauriti. Chiave geniale del meccanismo è stata dare al personaggio, oltre all’irresistibile look da ragazzo, una bella spennellata di cultura fasulla. In fondo la maggior parte del pubblico è imbarazzata dalla propria ignoranza, e basta servirgli un qualsiasi beverone classic-spiritual-romantic-furbett da ingollare in un sorso, che tutti partono con la commozione, gli applausi e i diritti d’autore. Non siamo qui a fare i moralisti, per il successo va bene qualunque trucco. Certo, in que-sto modo usciamo dall’arte ed entriamo nel commercio, ma basta saperlo, così quando uno, magari sedotto dall’equivoco all’inizio, poi apre gli occhi non ci resta neanche troppo male. E se non li apre rimane convinto, beato lui, di avere ascoltato il Mozart del duemila.

Passiamo dagli euro abbondanti a quelli troppo scarsi. Santa Madre Chiesa aumenta l’affitto. Venerdì 15 ottobre. Concerto in S. Agnese a Piazza Navona. Schoenberg, Schostakovich, Brahms, in una esecuzione pregevole, molto dinamica (finalmente non abbiamo corso il rischio di addormen-tarci con la musica da camera) del Trio David: piano, violino, cello. Organizzatore Sebastiano Bru-sco. L’abbiamo visto molto preoccupato dietro l’altare perché il parroco ha talmente alzato il prezzo della sagrestia per la prossima stagione da rendergli quasi impossibile proseguire con il suo piccolo, eccellente festival. Certo, mantenere una chiesa costa (metri quadrati di marmo pregiato, stucchi, affreschi, ottoni e varie antichità), ma buttare l’arte sul lastrico, ci pare poco cristiano. Neanche a dire che questi soldi servono per pagare l’ICI, perché conosciamo tutti il regime fiscale agevolato di cui gode il padrone di casa, no?
Però anche le istituzioni comunali o statali battono cassa (per esempio il Museo degli Strumen-ti Musicali) mettendo nei pasticci con richieste di denaro altre iniziative artistiche (per esempio il festival l’Architasto) che rischiano anche loro di dover chiudere bottega. Sono quattro soldi, inten-diamoci, ma quando la borsa è vuota del tutto diventano comunque troppi. E qui il fatto è forse an-cora più grave, perché le istituzioni civili siamo noi, tutti, quindi la responsabilità è di noi, tutti, mentre si può anche dire, tirando un po’ la corda, che la chiesa non ci rappresenta al cento per cen-to. Il risultato è che comunque ci rimettono gli artisti, e ancora di più noi pubblico, perché stiamo perdendo la cultura.
E non diamo retta agli sciocchi quando dicono che la cultura non si mangia. Forse non si infila direttamente nello stomaco, ma è certo il migliore condimento per dare gusto alla vita.

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