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Per gli eredi della discografia?

Posted by adminfiofa On novembre - 2 - 2010

Idee, poche ma nuove
per gli eredi della discografia

di Mario De Luigi ( tratto da M&D di novembre)

Se il decennio che sta per chiudersi ha visto ridursi (ma non scomparire) gli spazi destinati al mercato dei supporti fisici, prepariamoci alle meraviglie che ci offrirà nel nuovo decennio il mercato digitale: nella musica (per ciò che più ci riguarda), ma non solo. Oggi chi gestisce il prodotto fisico ha circoscritto la propria attività in canali specifici, specializzandosi secondo l’area di riferimento: repertorio di catalogo per GDO, edicole e e-commerce, nuovi prodotti di nicchia per gli editori di librimusica (sempre più numerosi), bonus Dvd per circuiti tradizionali e non (ad arricchire l’offerta), repertorio di culto – con il recupero del vinile – per il circuito dei collezionisti; gli hits, sempre meno numerosi, ancora resistono nelle catene e nei megastores, poiché anche i punti vendita specializzati sono stati ormai decimati dalla trasformazione dei modelli. Ma le aree in questione sono ben differenziate fra loro – anche sommandone i rispettivi giri d’affari il risultato non è più il grande business che fino a dieci anni fa faceva della discografia un luogo ambìto da imprenditori (oltre che da artisti) alla ricerca di facili guadagni, nel miraggio del fortunato “colpo grosso” che negli anni ’60 e ’70 portò alla ribalta molti personaggi entrati nella storia – e i nuovi operatori sulla scena devono differenziare la loro azione. Oppure (molti hanno già iniziato a farlo) voltare decisamente le spalle al fisico per adottare nuovi modelli. Fra questi la nuova figura dell’editore/produttore sembra essere tra le più favorite a imporsi: non è casuale che a capo del colosso EMI sia stato nominato un manager come Roger Faxon, che dalla guida del solo settore Publishing ha esteso il suo controllo anche alla divisione dischi, evidentemente vista come subalterna rispetto alla gestione editoriale. Il discografico “puro”, così come è stato inteso fino alla fine degli anni ’90, non ha più ragione di esistere (se non, appunto, nelle aree ben definite più sopra citate): e il suo erede negli anni Dieci si muove in un mondo tutto nuovo, fondato non più sulle visite degli agenti e sugli ordini dei commercianti ma sulla gestione dei diritti (connessi o meno), sulle vendite di files digitali in tutti gli interstizi dell’online, sulle sinergie con i settori del live e del merchandising, sulle sincronizzazioni e sulle sponsorizzazioni, insomma su tutte le opportunità che giorno per giorno – a volte ora per ora – si presentano per consentire al suo lavoro di procedere, con ragionevoli margini di utile, e acquistare visibilità nello scenario multimediale. Ma anche i “colossi” hanno minor ragione d’essere, in tale scenario, provato il fatto che per conquistare buone posizioni in classifica non sono più indispensabili strutture complesse e investimenti massicci: bastano le idee. Poche ma nuove. Perché è innegabile che alla base del collasso dell’industria musicale conseguente alla rivoluzione della Rete ci siano stati molti errori di sottovalutazione e incomprensione dei nuovi modelli (il caso AOL-Warner è esemplare, in questo senso, e risale solo a dieci anni fa), a fronte della costante avanzata di produttori indipendenti e di artisti autoprodotti in polemica con i grandi gruppi: certo, parlare di suicidio della discografia è esagerato, ma che un vago sentimento di “cupio dissolvi” si sia aggirato nelle stanze dei nostri operatori, in questi ultimi anni, quando qualcuno poneva i temi di dialogare con le istituzioni, di compattare le forze, di liberarsi dal cappio delle emittenti, di comunicare un’immagine legata alla cultura anzi che ai lustrini dell’effimero, di tornare alla musica piuttosto che strumentalizzarne le funzioni, sembra difficilmente contestabile; e le conseguenze sono sotto gli occhi di tutti. Nuovo decennio, nuove idee, dunque? Questo è il nostro augurio: perché senza idee non si va da nessuna parte.

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