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diamo voce alla musica

CD opera prima di Stefano Petucco

Posted by adminfiofa On aprile - 25 - 2012

STEFANO PETUCCO

intervista di Anna Maria D’Andrea

Musica che vive, brani strumentali accompagnati non da parole ma da un suono involontario e necessario: il respiro. Sequenze musicali raffinate e emozionali si accompagnano alla realtà, impregnandosi di senso.

Basta ascoltare il suo primo lavoro da solista per rendersene conto: non sono solo brani e sonorità intime, ma tentativi di avvicinarsi all’umano che rende vivo lo strumento.

E’ Stefano Petucco, chitarrista romano, poliedrico di formazione e d’approccio alla musica.  Affascinato dalla cultura dell’America latina, da armonie e da modi di vivere lontani dal mondo occidentale.

Perché ti sei avvicinato ad una cultura e una musica popolare così lontana da quella delle tue origini?

Non c’è un vero motivo. Forse perché il panorama odierno è abbastanza triste e piatto: cantautori come Mannarino, o pseudo musicisti come Allevi e Cammariere sono fenomeni commerciali che di spessore artistico hanno ben poco. E’ ormai il problema di tutta la musica commerciale: segue ritmi e schemi preimposti, cercando di assecondare il gusto dell’ascoltatore medio. Così facendo, non ci si mette in gioco. Un esempio immediato è “X-factor”, che non è altro che la morte della musica. Questa diffidenza verso la novità la riscontro anche durante i miei concerti: mi esibisco solitamente in locali frequentati da ballerini, soprattutto di tango; ogni volta che propongo un pezzo variando la struttura classica dello stile, trovo diffidenza e “bravi maestri” subito pronti a farmi notare dove, secondo loro, sbaglio.

L’errore in cui spesso si cade, ascoltando musiche esotiche, è aspettarsi una musica che rispecchi la visione comune che se ne ha; è come se un argentino venisse in Italia e supponesse di trovare locali dove si suona e si canta solo Mina e Battisti.

Il tango e tutte le musiche latine vanno oltre quello che noi conosciamo. E’ la peculiarità di questo genere, poter “giocare” con i controtempi, con la spigolosità tra ritmo e armonia.

Ovviamente, e a volte anche superficialmente, si dice di un musicista che suona alla maniera di qualche grande Maestro, sicuramente fonte d’ispirazione. Ma così come questo è paradigmatico, è anche inevitabile metterci qualcosa di sé. Nel mio modo di concepire il suonare questo è molto evidente. Mi sono avvicinato alla chitarra suonando rock, metal e pezzi per lo più elettrici, e oltretutto ho da sempre avuto una forte passione per strumenti etnici, primo tra i quali il didjeridoo. Il mio background musicale influenza molto il mio stile: mi piace improvvisare, inserire caratteristiche tipiche di generi che a prima vista sembrano del tutto lontani, come il jazz.

 

Nel disco ci sono due brani, “Roma” e “Buenos Aires”, che definisci le tue madri

Si, ho un grande attaccamento affettivo verso l’Argentina. Sono stato in America Latina due volte, nel 2001 e nel 2010. Ho conosciuto una terra e un popolo spontaneo, tranquillo, caloroso. Sono paesi che vivono la quotidianità in un modo opposto rispetto al nostro, lontani dai nostri ritmi accelerati. Ma sono cresciuto nella realtà romana e la sua “caciara”, il traffico e tutti i suoi particolari aspetti folkloristici estremi, dopo un po’ mi mancavano. Sono le mie origini, la mia città …

Chi è Rita?

Rita è stata una piccola storia sentimentale travagliata; da questa esperienza ho preso spunto per parlare più in generale dei rapporti conflittuali con le donne. Il brano è una milonga in stile piazzolliano, quindi ritmo di Habanera rallentato. La melodia, molto triste, sta su un impianto armonico fondamentalmente in minore, sottolineandone la drammaticità. Simboleggia, in generale,

il rifiuto sentimentale. 

E invece, “Togli le tue mani dal mio culo”?

Premetto che adoro i Beastie Boys, ma sono stato a stretto contatto con il mondo del rap romano, e quello che mi ha lasciato questa esperienza è una grossa disistima verso le persone che ne fanno parte. Il brano è semplicemente una presa per il culo dell’ambiente.

 

 

Quali sono i tuoi impegni musicali in corso?

Attualmente suono principalmente da solista o in piccoli ensemble, in duo o in trio con contrabbasso o con bandoneon. E’ una scelta pratica: mi è capitato spesso di preparare per mesi repertori per progetti che poi non sono stati portati a termine; la formula in duo o trio è più gestibile nell’organizzazione. Apparentemente suonare senza un accompagnamento ritmico, cioè senza percussioni o batteria, può far pensare che un brano sia spoglio a livello ritmico, che sia troppo “leggero”. Ma la chitarra è uno strumento polifonico, che si adatta anche a momenti percussivi e che soprattutto può dettare il ritmo lavorando sui bassi.

In più, sto lavorando ad un nuovo disco. Sarà una commistione di generi: comprende sonorità malinconiche, tango e bossa nova, e pezzi metal, il mio grande amore musicale.

 

Generi così distanti …

Nasco come chitarrista elettrico, innamorato della musica di Jimi Hendrix e Jimmy Page, ma nel corso degli anni ho imparato ad apprezzare stili e musiche diverse, fino ad approdare all’amore sviscerato per Paco De Lucia. Quindi, nel momento in cui compongo, tutto questo background non può far altro che influire sul risultato finale.

 

Cosa ti aspetti da questo tuo lavoro?

Soldi (ridendo) … sì, effettivamente è un’eventualità molto remota visto il materiale (ridendo ancora). Penso che i prossimi  dischi saranno solo pop. A parte gli scherzi, questo lavoro è unicamente per me, per mettere un punto nella mia vita musicale.

Anna Maria D’Andrea

 

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