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Musica e Moda un amore lungo mezzo secolo, ed oltre.

Posted by adminfiofa On marzo - 29 - 2012

Moda e Musica: un amore lungo mezzo secolo

 

di Claudia Proietti

Dalla metà degli anni Cinquanta, da quando il rock americano ha invaso le radio europee portandosi dietro miti e mode, e divenendo la musica un fenomeno realmente di massa, anche ciò che i cantanti indossano inizia a fare tendenza, con gli attillatissimi jeans di Elvis Presley ad aprire le danze insieme alle sue movenze pelviche che facevano infuriare i benpensanti e mandavano in delirio milioni di ragazzine. Da quel momento in poi, cantanti e gruppi di successo hanno creato, in un attimo, tendenze più forti di tante collezioni pret-a-porter studiate per mesi, e in anni di sovraesposizione mediatica e social network come quelli correnti la diffusione è pressoché immediata: ma la liason, come abbiamo visto, dura da oltre mezzo secolo e gli esempi sono un’infinità. Molti arrivano da Londra, che negli anni Sessanta diviene la capitale europea dei giovani, della musica beat e della minigonna, probabilmente il capo d’abbigliamento più significativo del decennio, la cui invenzione è ancora contesa tra Mary Quant e Andrè Courreges. A Londra è Beatles verso Rolling Stones, orecchiabile pop britannico contro ruvido rock all’americana, contrapposizione che si rispecchia anche nelle divise ufficiali delle band, negli inglesissimi completi sartoriali  dei baronetti di Liverpool impettiti accanto alle tshirt sdrucite su pantaloni ultraslim in pelle di Mick Jagger e compagni. Pochi anni dopo è la volta di una vera e propria partnership tra moda e musica, quella tra i Sex Pistols, fondatori del punk, e Vivienne Westwood, eccentrica giovane stilista all’epoca compagna di Malcom McLarenn, manager del gruppo, ancora oggi innovativa regina delle passerelle europee. E poi, il glam rock anni Ottanta di David Bowie, anche con il suo alias in tutina argento Ziggy Stardust, e di Boy George; il pop anni Novanta delle tante boy band che ricalcano il fenomeno Take That anche nelle canottiere su jeans baggy, e delle Spice Girls, celebri più per i loro studiatissimi look che non perle doti canore. Gli Usa non stanno certo a guardare, e dopo Re Elvis è la volta, nel corso degli anni, dei re (e delle regine) della discomusic, che, aiutati da motivetti orecchiabili e dal successo planetario, sdoganano pezzi discutibili come le camicie dagli immensi revers a lancia e completi a zampa in improbabili colori e tessuti paillettati. Di Madonna, star incontrastata, nel bene e nel male, della scena pop anche per i suoi look camaleontici, a partire dal celebre video di Papa don’t preach, nel quale proclama che italians do it better, riferendosi probabilmente anche agli abiti, visto che inaugura in quel momento un sodalizio con Dolce&Gabbana che dura più o meno fedelmente ancora oggi. Dei Nirvana, puro grunge anni Novanta, indimenticabili sia per una manciata di splendide canzoni sia per i look sfatti di maxi maglioni e anfibi tanto amati da Marc Jacobs prima della svolta ultrafashion parigina alla direzione creativa di Louis Vuitton. Dei tanti rapper che, nello stesso periodo, lanciano un look vagamente cafone fatto di abiti extralarge e ultrasporty ma rigorosamente (e massicciamente) griffati abbinati a diamanti grossi come noci e occhiali da sole indossati anche nel buio delle discoteche. E di Lady Gaga, giovanissima pop star salita in cima alle classifiche già con il primo album, che ha conquistato le copertine delle testate di moda mondiali grazie a un look studiatissimo e molto personale: un complesso insieme di citazioni musicali (anche di Lady Ciccone, visto che la ragazza stupida non è), cinematografiche e di storia del costume, e di pezzi strepitosi di stilisti molto anticonvenzionali, di cui le armadillo shoes di Aleander McQueen, indossate senza apparente titubanza (per via dei famosi 33 centimentri di tacco) nel video di Telephone, sono il primo esempio che torna alla mente. L’Italia, purtroppo, difficilmente è stata in grado di produrre icone tanto celebri, sia per l’evidente difficoltà di esportazione della musica nostrana all’estero sia per una generale uniformità (verso il basso, c’è da dire) dei loro look, spesso maldestre copie di star internazionali fatte di outfit al limite del ridicolo ad accompagnare brani ancora più imbarazzanti. Nota di merito per Mina, strepitosa e coraggiosa tanto nei testi quanto negli abiti aderentissimi e nelle sopracciglia interamente depilate; e Raffaella Carrà, che per quanto non appartenga in esclusiva al mondo della musica ha sfruttato, soprattutto negli anni Settanta, la sua immensa popolarità mediatica per imporre pantaloni a zampa di elefante e audaci top che lasciavano l’ombelico scoperto. Il panorama musicale italiano non si caratterizza, in effetti, per l’impronta forte lasciata in ambito fashion, se si esclude qualche esempio molto recente come Ligabue, vaghissima copia di un rocker americano in camicia gualcita e texani di cuoio, e Nina Zilli, look a metà tra Amy Winehouse e le maggiorate del dopoguerra, ma comunque nulla davvero in grado di fare storia. La vera sfida di questa rubrica sarà quindi quella di cercare di valorizzare e mettere in luce quanto di nuovo e stimolante, da un punto di vista puramente fashion e di immagine, si trova adesso sulla scena nostrana. E se non sono ancora troppo famosi tanto meglio, faremo il tifo per loro.

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