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Musica in macchina

Posted by adminfiofa On novembre - 1 - 2011

IL CAVALIER SERPENTE

Perfidie di Stefano Torossi

MUSICA IN MACCHINA

All’uscita di Roma Nord, sul raccordo di collegamento con l’autostrada del Sole (una curva molto ampia su cui si potrebbe correre la Formula1) l’incomprensibile limite di velocità è di 60 chilometri, roba che se uno lo rispettasse si formerebbe un ingorgo fino a Catania con tamponamenti, morti e feriti. Sulle strade statali si incontrano ogni tanto cartelli che dicono “lavori in corso, limite 60 kmh”, pochi metri dopo, 40 kmh, poi 20, e quando si arriva sul luogo del delitto c’è magari un po’ di brecciolino sull’asfalto, o addirittura niente. Gli operai se ne sono andati a casa dimenticando i cartelli.
Naturalmente il tacito accordo è che quei cartelli non vanno presi sul serio. In altre parole, nessuno ha la responsabilità di niente. E quindi quasi mai paga pegno. Un bel sistema facile e pittoresco, e che naturalmente non funziona. Ecco perché siamo (proprio noi italiani) finiti in coda. Lo abbiamo notato viaggiando nei paesi fratelli dell’area cattolica e mediterranea. Ci ricorda un po’ la gestione dell’inferno da parte della nostra religione.
Intanto mettiamogli paura con il fuoco eterno, dicono loro; su dieci almeno un paio ci credono (e rallentano), gli altri arrivano al punto e si accorgono che l’inferno (il pericolo) non c’è, ma non si arrabbiano, perché tanto, si sa, il gioco non è serio, e comunque c’è tempo per confessarsi e basta raccontare il fatto a un signore in sottana (o piagnucolare un po’ con il poliziotto) e sei a posto. Alla peggio c’è sempre il pentimento in punto di morte che sistema tutto (la speranza che la multa si perda per i corridoi della burocrazia). E’ un bel modo di mantenere tutti infantili e irresponsabili, quindi controllabili. A proposito, la sapete l’ultima? Pare che l’inferno esista davvero, ma è vuoto perché Dio è troppo buono per mandarci qualcuno. Vi pare serio?
Tutto un altro discorso nel resto del mondo civile. Lì i limiti sono come la dichiarazione delle tasse. Ci sono, ragionevoli, chiari, uguali per tutti e soprattutto non interpretabili personalmente. Se non li rispetti, paghi. Non sono ammessi pentimenti o PaterAveGloria.

Siamo in viaggio in una campagna colorata dall’autunno tardivo e con il lettore CD a ruota libera.
Ravel, non tanto il solito Bolero, ma tutte le altre sue composizioni così eleganti per l’uso impareggiabile dell’orchestra, così suggestive per le melodie impalpabili dalle quali farsi rapire in un mondo impressionistico, forse solo letterario, ma emozionale, pieno di piccole sensazioni, alla portata anche di un automobilista medio. Nessuna soggezione come quella che possono darci Bach o Beethoven.
Strawinskij. E pensare che quella roba, ancora oggi futura, ha esattamente un secolo. Da far cambiare mestiere a tutti i colleghi compositori. E crediamo che sia successo a più d’uno. Un fatto clamoroso, le prime esecuzioni di Petruska (1911), dell’Uccello di fuoco, della Sagra della primavera. Liti in sala, scazzottate, spari. E si capisce, perché si trattò di una rottura così clamorosa con il passato, e di così alto livello musicale, che ancora lascia a bocca aperta. Curioso poi che dopo questi tre capolavori Strawinskij ha cominciato a fare marcia indietro prima lento lento, poi sempre più veloce perdendo i pezzi per strada e concludendo in una mediocrità che avremmo voluto ci fosse risparmiata. Forse tutti i geni dovrebbero morire giovani, (Mozart, Raffaello) oppure smettere di fare i geni appena creato il capolavoro (ma neanche questo è vero, perché Michelangelo e Tiziano hanno continuato fino ai novanta). Insomma, magari ci vorrebbe una commissione giudicante con l’autorità di togliere il pennello o il pentagramma di mano al momento giusto. Divagazioni, con il rischio di scadere nella demenza senile anche noi.
Ultimo ascolto, quasi alla fine del viaggio: le belle canzoni di Bruno Lauzi in nuove versioni. La nuova versione di una canzone è un fatto che non riusciamo a spiegarci. Chissà come mai tanti autori di brani belli, già classici fin dalla loro nascita sentono il bisogno a un certo punto di, come si dice, rivisitare le loro composizioni, cambiando l’interpretazione, gli arrangiamenti, il mix, insomma il vestito nel quale le abbiamo conosciute, e, nella maggior parte dei casi, ci rubano l’emozione in cui avevamo impacchettato quei temi per conservarli nel nostro archivio del cuore.
In fondo, per un autore le sue creazioni sono dei figli. Che bisogno c’è di rifarle diverse? E’ come volergli cambiare i connotati. Va a finire che non le riconosci più.

PS. Sembra impossibile ma ci risiamo con “ai miei tempi”. Il 16 ottobre sul supplemento domenicale di Il Sole 24 Ore, nella rubrichetta Memorandum, di nuovo con le caldarroste del buon tempo andato, o le meravigliose fette di pane con il pomodoro preparate dalla zia; allora sì che tutto era buono, adesso invece le caldarroste sono troppo care e vengono dalla Slovenia, e il pane non è più quello di una volta. I pomodori, poi!
Non essendo matematici, ci è sempre stato poco comprensibile il meccanismo dell’interesse composto. Non rimane mai uguale. L’anno dopo cambia, e anche il successivo. Insomma abbiamo (forse) capito che è un po’come Achille e la tartaruga: il traguardo si avvicina, si avvicina, ma non ci si arriva mai.
Più o meno come sarebbe il mondo se dessimo retta a quelli di “ai miei tempi”.
Abbiamo vissuto abbastanza da esserci sciroppati le lamentele dei nonni, poi dei genitori, e adesso dei coetanei. Parliamo di quelli che: Ai miei tempi le mele erano più buone, i giovani più rispettosi, si viveva meglio. Sempre la stessa solfa. Per ogni generazione il mondo di prima era meglio di quello di adesso. Facciamo una media fra i catastrofisti e gli ottimisti, e viene fuori, a dargli retta, uno scadimento di almeno il trenta per cento ogni trent’anni (una generazione). Per cui, secondo il nostro calcolo empirico (in questo caso a togliere) il mondo sarebbe completamente da buttare in poco più di un secolo. (30×4= 120. Quattro generazione).
E invece non ci sembra che sia successo in passato, non ci sembra che succeda ora, e perché dovrebbe succedere in futuro?
Anzi, ci pare proprio che adesso si stia meglio di prima.

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